La catena del freddo in Africa. Se ne parla molto ma anche in questo caso contano le idee che diventano azione.
Emanuele non è solo in questa avventura. Il progetto gli è stata affidato dalle Nazioni Unite e dal centro Acrest (African Center for Renewable Energy and Sustainable Technologies).
Come nasce l’avventura?
Minicuci studia Architettura al Politecnico di Milano. Aderisce al progetto Polisocial, programma di impegno e responsabilità sociale del Poli.
All’interno del progetto sceglie un filone, un obiettivo: portare la sanità dove la corrente non arriva.
Siamo infatti abituati a pensare che la refrigerazione serva solo per cibi e bevande, dimenticando la funzione essenziale per la conservazione di farmaci e vaccini.
“Lo studio ha affidato a me il progetto perchè sapevano della mia abilità con il legno; – racconta Emanuele a BergamoNews – si tratta di una scatola di dimensioni 120x120x120, con 30 centimetri di parete e un ambiente stagno da 70 litri all’interno: funziona con un modulo fotovoltaico ideato dal professor Claudio Del Pero, docente di Fisica al Politecnico”.
“La parte difficile – prosegue – è stata fare un ragionamento con materiali poveri di quella zona del Camerun ma che ovviamente io non avevo a disposizione qui in Italia: calcolare la trasmittanza, studiare la coibentazione del frigorifero. Alla fine ho trovato un particolare tipo di bambù che, invece di avere canne vuote, all’interno ha una specie di midollo: la parte rigida della canna viene usata per costruire la scatola esterna mentre questo midollino fa da isolante. In questo modo tagliando una sola pianta posso assolvere a tutte e due le funzioni. In Camerun è molto sviluppata l’agricoltura: il frigorifero sarebbe acquistabile inizialmente solo dai commercianti che in quel modo potrebbero portare al mercato i propri prodotti per più di un giorno. Ma soprattutto per la conservazione delle medicine: per lo stesso motivo a febbraio un modulo rivisitato del frigorifero è stato spedito ad Haiti per le popolazioni terremotate”.
“Avevamo a disposizione – racconta Emanuele – 46 chili di valigia e uno zaino: la scelta ovviamente è stata quella di imbarcare tutto il materiale di ferramenta che ci servirà per il taglio e la lavorazione del legno e per la costruzione del modulo in loco. Nello zaino ho messo 3-4 cambi: non so se basteranno per le due settimane di permanenza visto che in questa stagione il Camerun è tormentato dalle piogge”.
“In quella zona – conclude – la popolazione è sostanzialmente bilingue: parlano un pessimo inglese e il francese, che nessuno di noi però conosce. Ci faremo aiutare un po’ da alcuni meccanici americani che operano nella stessa zona per l’Onu e potranno farci da interpreti e un po’ ci arrangeremo a gesti. Avrò un vero e proprio team al seguito: impareranno a tagliare il legno e a costruire la struttura, poi a montare il pannello fotovoltaico”.
