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Europa Verde o Europa Armata? Il dilemma nascosto delle emissioni – L’urgenza di ridurre le emissioni civili

Un uomo e una donna seduti a una tavola di conferenza, con un'illustrazione colorata sullo sfondo che rappresenta elementi urbani e trasporti. L'uomo, in giacca blu, è in piedi e sembra parlare, mentre la donna, con i capelli lunghi e occhiali, ascolta attentamente.
Davide Modica nel corso di un intervento svolto durante il convegno su freddo e sanità svolto a novembre presso la Regione Piemonte

Da Davide Modica, CEO de Il Disgelo, riceviamo e pubblichiamo:
La crescente consapevolezza delle conseguenze del cambiamento climatico ha spinto l’Unione Europea (UE) e gli stati membri a stringenti politiche di decarbonizzazione. È noto da tempo che i trasporti su strada rappresentano una parte consistente delle emissioni di CO₂ nell’Europa moderna: auto e veicoli leggeri sono responsabili per una porzione significativa del CO₂ totale prodotto dal trasporto stradale. 

Secondo i dati, nel 2020 le nuove autovetture immatricolate (in UE + EFTA + Regno Unito) hanno emesso in media circa 107,8 g CO₂/km, con una riduzione rispetto agli anni precedenti.  ( fonte Parlamento Europeo Emissioni CO2 delle auto: i numeri e i dati. Infografica )

Inoltre, analisi recenti mostrano come i veicoli elettrici (BEV) oggi, su ciclo di vita completo (produzione uso fine vita), possano generare emissioni significativamente inferiori rispetto ai veicoli a combustione tradizionale: fino a circa 63 g CO₂e/km, ovvero una riduzione dell’ordine del 73% rispetto a un veicolo a benzina tradizionale. (fonte  ICCT20 Life-cycle greenhouse gas emissions from passenger cars in the European Union: A 2025 update and key factors to consider )

Anche il riscaldamento domestico e l’uso di caldaie a gas storicamente fonti diffuse di emissioni sono al centro di strategie di decarbonizzazione, insieme al progressivo abbandono di refrigeranti con elevato potenziale di riscaldamento globale (GWP). L’obiettivo è limitare l’impatto climatico derivante da combustione e dispersioni di gas refrigeranti, puntando su pompe di calore a basso GWP e su fonti energetiche rinnovabili.

Queste misure rappresentano la risposta civile alla lunga eredità emissiva dell’industrializzazione: trasporti, abitazioni, riscaldamento, condizionamento. L’idea è che, attraverso innovazione, efficienza energetica e transizione tecnologica, sia possibile linguisticamente “dire basta” a combustione e refrigeranti dannosi.

Il “buco” spesso ignorato: fughe refrigeranti e caldaie

Un aspetto spesso trascurato nelle narrazioni mainstream è l’impatto delle fughe di refrigeranti ad alto GWP (gas fluorurati, HFC) e delle emissioni da sistemi di riscaldamento/residenziali, su scala cumulativa. Anche se meno visibili delle auto su strada, questi contributi sommati a quelli dell’edilizia, dell’industria e della generazione elettrica pesano sul bilancio complessivo di gas serra dell’Europa. Il settore energetico (inclusi usi civili come riscaldamento e raffrescamento) rimane uno dei principali responsabili delle emissioni nell’UE. ( fonte  IEA  Emission)

Pertanto, le misure dell’UE che prevedono l’abbandono di caldaie a gas e l’eliminazione dei refrigeranti HFC con GWP elevato a favore di pompe di calore a basso impatto e refrigeranti “puliti” non sono semplici imposizioni regolamentari, bensì risposte necessarie a una vera emergenza climatica.

La “variabile militare”: un convitato di pietra

Tuttavia, l’evoluzione geopolitica degli ultimi anni sta introducendo una nuova e inquietante incognita: la corsa agli armamenti e l’espansione del settore difesa rischiano di vanificare almeno in parte i progressi ottenuti nella decarbonizzazione civile.

Secondo studi recenti, l’impronta carbonica delle forze militari nell’UE (inclusi mezzi, infrastrutture, logistica e produzione bellica) è già considerevole: per il 2019 si stimano circa 24,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente generate dal comparto militare dell’UE.  (fonti CEOBS   The EU military sector’s carbon footprint)

Ma non è tutto: con l’attuale escalation di spesa militare , decisione motivata con la “sicurezza interna e collettiva” , l’impatto ambientale si prospetta in forte aumento. Una recente analisi sottolinea come l’aumento delle spese per la difesa comporterebbe un incremento delle emissioni totali, peggiorando tanto l’intensità emissiva dell’economia quanto ostacolando l’innovazione verde: investire di più in armamenti significherebbe spesso ridurre le risorse destinate ad energie rinnovabili, efficienza energetica e progetti di decarbonizzazione. ( fonti arXiv  The Green Peace Dividend: the Effects of Militarization on Emissions and the Green Transition )

Alcune stime ipotizzano che, se il rafforzamento militare dell’Europa proseguirà senza integrazione ambientale, le emissioni aggiuntive generate potrebbero essere molto rilevanti su scala globale, vanificando parte degli sforzi civili di riduzione. ( fonte Eunews Growth in global (and European) military spending threatens climate goals )

Contraddizioni: transizione verde da una parte, “riarmo” dall’altra

Ecco perché ci si trova oggi di fronte a una contraddizione macroscopica: da un lato, cittadini, imprese e istituzioni lanciano un forte segnale: basta motori a combustione, basta caldaie a gas, basta refrigeranti ad alto impatto; avanti con veicoli elettrici, pompe di calore a basso GWP, energie rinnovabili.

Dall’altro lato, emerge la crescente esigenza di aumentare la spesa militare, mantenere e rafforzare capacità operative, infrastrutture, mezzi tutte attività ad alta intensità energetica e ad alto impatto emissivo.

Il risultato: un potenziale “effetto boomerang” sul clima. Pur con la migliore volontà di ridurre le emissioni da uso civile, l’espansione militare può diventare una fonte strutturale e consistente di gas serra, che rischia di vanificare anni di sforzi per la decarbonizzazione.

Domande alla base delle scelte strategiche

Alla luce di quanto esposto, sorgono domande profonde: le decisioni sulla transizione climatica e sulla difesa segnalano una visione coerente di sostenibilità? Oppure si tratta di scelte politiche ed economiche che privilegiano sicurezza e geopolitica, a scapito del clima?

Quanto contano le emissioni “nascoste” del complesso militare rispetto all’impatto visibile (auto, caldaie, refrigeranti)?

È compatibile un’Europa che vuole la neutralità climatica entro il 2050 con una corsa agli armamenti su larga scala?

Non sarebbe necessario includere nel bilancio delle emissioni europee anche le attività militari, per avere una fotografia onesta del contributo reale al riscaldamento globale?

Conclusione: verso una visione integrata

Il problema del cambiamento climatico non è più confinato ai comportamenti individuali o al consumo energetico civile. Se l’obiettivo è la sostenibilità, allora è essenziale guardare alla CO₂ emessa in ogni ambito compreso quello della difesa e della sicurezza.

Ridurre le emissioni da auto, caldaie, refrigeranti e uso domestico è un passo fondamentale. Ma se contestualmente cresce la “macchina militare”, alimentata da carburanti fossili, infrastrutture e produzione bellica, l’impatto cumulativo potrebbe vanificare gli sforzi compiuti.

In definitiva, ragionare davvero in termini di sostenibilità significa estendere la responsabilità climatica anche a scelte geopolitiche e di difesa: non possiamo dire “basta” solo a una parte delle emissioni: occorre un approccio globale. Non prendiamoci in giro!!

Davide Modica
CEO Il Disgelo S.r.l.

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