Che impatto, questo frigorifero!

UP_Iraldo_corretta20170324110622_resIl blog dell’Università Bocconi ha ospitato recentemente un’interessante scritto sulla durabilità del ciclo vita dei prodotti e sulla sua correlazione all’aumento dei consumi energetici. 
“Allungare il ciclo di vita dei prodotti può sembrare positivo per le tasche dei consumatori” scrivono Irene Bruschi, Fabio Iraldo e Iefe Bocconi “ma non sempre per l’ambiente. Nel caso degli elettrodomestici, per esempio, insieme agli anni ad aumentare è anche il consumo energetico”.
Riproponiamo qui l’articolo in forma integrale.
Per 150 anni il nostro sistema industriale si è basato sul modello take-make-dispose: i beni sono stati prodotti da materie prime estratte ex novo, venduti, utilizzati ed eliminati come rifiuti.
Solo di recente i modelli di business sono stati ripensati e hanno iniziato a integrare il concetto di circolarità anche mediante, tra gli altri, l’aumento della durabilità del ciclo di vita dei prodotti, uno dei requisiti fondamentali già dalla direttiva Ue cosiddetta EcoDesign (2009/125/CE), dal 7° Programma Quadro (UE 2013), dalla Commissione Europea nella recente Comunicazione COM(2015) 614, e dall’Agenzia europea per l’ambiente (2016). L’obiettivo è contrastare l’utilizzo indiscriminato delle risorse, ritenute abbondanti dal business as usual, nel quale produzioni improntate all’usa e getta hanno generato enormi quantità di rifiuti.
La durabilility consiste proprio nell’estensione del ciclo di vita dei prodotti e del valore in essi contenuto, attraverso l’adozione di nuovi modelli di business per esempio più orientati all’erogazione del servizio piuttosto che del prodotto, al riutilizzo di prodotti e/o loro componenti, e a maggiori tassi di riciclo dei materiali.
Tale strategia ha origine nel contrasto alla cosiddetta obsolescenza programmata, concetto nato poco dopo la produzione di massa, quando l’offerta ha superato la domanda e i prodotti rimanevano invenduti. Per risolvere, i produttori hanno diminuito la durata di vita, forzando i consumatori ad acquistare nuovi prodotti.
È in particolare sul piano degli impatti ambientali che essa può dispiegare gli effetti più negativi, in termini di consumo di materie prime vergini e di generazione di rifiuti. Per questo oggi le istituzioni richiamano l’attenzione sulla possibilità di manutenzione, riparazione e disponibilità di parti di ricambio, richiedendo che il produttore segua criteri di progettazione sostenibile: durata minima garantita, tempo minimo per la disponibilità di parti di ricambio, modularità, possibilità di disassemblaggio/riparabilità, eccetera.
Occorre però porsi un interrogativo: prolungare la durata dei prodotti al limite del possibile è sempre la scelta migliore per ridurne gli impatti ambientali?
Quando si incrementa la durabilità di un prodotto, allungandone la vita utile o rigenerandolo, occorre sempre considerare che gli impatti ambientali della fase d’uso potrebbero essere superiori rispetto a un prodotto analogo ma costruito con processi tradizionali. Ciò accade soprattutto per i prodotti ad alta intensità energetica o, in generale, per i prodotti che concentrano i loro principali impatti ambientali nell’utilizzo.
In un recente studio da noi effettuato utilizzando la metodologia Lca, Life cycle assessment conforme al metodo della Pef, Product environmental footprint dalla Commissione Europea, è emerso chiaramente come l’obiettivo della product durability possa dare ottimi risultati sotto il profilo ambientale, a seconda però della tipologia di prodotto e di quanto si allunga la vita: per alcuni prodotti come forni o frigoriferi, estenderla eccessivamente implicherebbe un notevole peggioramento dell’efficienza energetica, tale da annullare perfino i benefici ambientali della durata (mancato smaltimento e mancata produzione del nuovo).
Alla luce di tali risultati, la via da seguire per definire politiche ambientali efficaci consisterebbe perciò nel realizzare un’approfondita valutazione delle alternative sulla base di un metodo credibile, che evidenzi tutti i possibili trade-off. Senza dimenticare il ruolo fondamentale che gioca il consumatore all’interno di una cultura imperniata al consumismo. Un esempio attuale di best practice risiede nell’incentivo fornito dal governo svedese ai propri cittadini consumatori, che ha ridotto l’Iva dal 25 al 12% sulle riparazioni di capi d’abbigliamento e di biciclette, e l’ha resa restituibile sulla riparazione degli elettrodomestici.

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