“Un crimine ambientale di proporzioni epiche”: un paper di Nature mette in allerta l’EIA

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“Un crimine ambientale di proporzioni epiche”: così Clare Perry, dell’Enviromental Investigation Agency (EIA), ha definito lo scarico nell’aria di uno dei più potenti gas a effetto serra al mondo, il Trifluorometano, meglio noto come HFC-23, un prodotto di scarto del più comune Monoclorodifluorometano (HFC-22).

A mettere in evidenza il caso è stata la rivista scientifica Nature, pubblicando un paper dal quale appare evidente come le emissioni di HFC-23 siano aumentate invece di diminuire sin quasi a scomparire, come sarebbe stato invece auspicabile in base all’emendamento di Kigali, parte integrante del Protocollo di Montreal.

L’HFC-23 ha un potenziale di impatto sull’ambiente tra i più alti mai registrati, risultando circa 12.400 volte più incisivo dell’Anidride Carbonica (CO2) per quanto riguarda il surriscaldamento globale. Se da un lato il gas è un prodotto di processo nella produzione di HFC-22, dall’altro Clare Perry ha puntato il dito verso numerose aziende, circa 50 stabilimenti, che non hanno preso le misure necessarie a impedire l’immissione della sostanza nell’aria, cosa che potrebbe peraltro avvenire senza pesare economicamente troppo sui singoli responsabili.

Anche se il paper di Nature non ha specificato i principali responsabili, è altamente probabile che la maggior parte delle emissioni di HFC-23 siano da attribuire alla Cina, che vanta circa il 68% della produzione globale di HFC-22, e all’India, in cui hanno sede cinque aziende. Il governo Indiano, in ogni caso, nel 2016 ha preso provvedimenti per assicurarsi che tutto l’HFC-23 sia incenerito.

“Cina, India e le altre Nazioni che producono HFC-22 devono immediatamente avviare indagini per assicurarsi di porre sotto controllo le emissioni di questo scarto”, ha dichiarato Clare Perry, “e di prendere misure contro la produzione illegale di queste sostanze”.

L’HFC 23 era già stato messo sotto accusa in passato: sempre in Cina e in India, numerose aziende avevano volontariamente cercato di massimizzarne la creazione così da poterlo distruggere, ottenendo in cambio i cosiddetti Crediti di Carbonio, una “valuta” scambiabile con la possibilità di emettere una tonnellata di CO2 o una quota proporzionata di gas equivalente. In seguito alla scoperta di questa pratica, l’UE decise di non concedere i crediti dovuti a Cina e India.

Sebbene entrambe le Nazioni abbiano assicurato di aver intrapreso un percorso che dovrebbe concludersi con un drastico calo delle emissioni, appare evidente come questo non sia stato portato avanti con efficacia, sempre che non sia da imputare un mercato sommerso che i due colossi non sono riusciti a sradicare.

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