Lo shopping straniero dei migliori marchi italiani. Un bilancio delle cessioni e delle acquisizioni degli ultimi 15 anni

freccetricoloriRileggendo alcuni articoli pubblicati nell’ultimo biennio su I&FOnline, si nota con chiarezza come lo scenario sia poco confortante per il nostro settore a livello nazionale. Lo “shopping” estero dei nostri migliori marchi pare essere un meccanismo inarrestabile.
Cosa porta una nazione laboriosa, con estro e creatività non comuni, a svendere un secolo di innovazioni in ambito industriale?
Ripercorriamo i momenti più eclatanti e cerchiamo di comprenderne le cause.
ACC di Mel. Anno 2014. L’ACC, storico marchio di Mel, pare destinato alla chiusura per fallimento. Una nota pervenuta in agosto dall’ufficio stampa della Regione del Veneto però ridesta le speranze: “L’ACC di Mel è salva. Firmato l’accordo con l’acquirente cantonese Wanbao”. Wanbao da Canton, Cina meridionale.
L’Assessore Regionale alle Attività Produttive Elena Donazzan e il Commissario dell’Azienda bellunese Maurizio Castro inseguirono da subito la pista cinese riuscendo a mettere in sicurezza il gruppo “In un anno abbiamo portato un’ azienda di fatto chiusa ad essere competitiva e capace di attrarre investimenti importanti. L’abbiamo fatto – dichiara Donazzan – perché abbiamo realizzato un forte legame con il territorio e costituito un comitato di sorveglianza a supporto di tutte le scelte che l’amministratore straordinario stava facendo L’accordo è stato raggiunto dopo fasi molto concitate, come l’assemblea dei lavoratori che ha sancito l’adesione alla proposta di acquisto.
Wanbao Group Co Ltd. è entrata nel mercato nazionale con impegni precisi circa i 445 posti di lavoro e per investimenti in ricerca.
Sono passati due anni e la notizia è cassa integrazione a zero ora su base volontaria per i dipendenti.
Quale futuro per la Wanbao – ACC? Per ora nessuna risposta.
DelClima. Restiamo in Veneto e proseguiamo il tour della cessione dei nostri migliori asset.
“DelClima (Climaveneta e RCGroup) acquistata dai giapponesi”. Anno 2015, nuovamente agosto. In Oriente si acquista solo d’estate.
Situazione molto differente dalla ACC. Alcune aziende finiscono in mani straniere perché colpite duramente dalla crisi, dalla concorrenza sleale delle stesse nazioni che poi tramite marchi di stato le acquistano a cifre bassissime. Non è questo il caso di Delclima. Un’azienda che tra crescita e acquisizioni dava l’idea di non aver subito l’urto della crisi, oppure di aver lo scafo abbastanza solido da passare indenne la tempesta.
Le ultime opere realizzate dalla DELclima “italiana” furono imponenti: datacenter per la China construction Bank e  Super Computing Center di Wuxi. Nuova Torre di 44 piani di Intesa San Paolo e nuovo laboratorio di medicina nucleare di Beirut. Sede Fastweb a Milano, Museo della fondazione Prada, datacenter Cisco di Vimercate, laboratorio Loccioni. E ancora Palazzo Aporti, Polo logistico Amazon a Piacenza, Ab Medica, uffici londinesi di 350 Euston Road, sede Elocoat in Olanda e Calajamar Almeria in Spagna. Oltreoceano lo Sheraton Mirage Resort e il Bowes Street a Canberra.
Il fatturato del gruppo nel 2014 è stato di  347,6 milioni (+5,8%). Di questo dato occorre considerare 109,7 milioni solo in Asia con un ricavo complessivo del 6,6% (22,3 milioni). Gli stabilimenti nel mondo sono 13 con 17 filiali per un totale di 2.400 dipendenti.
Nonostante ciò il gruppo trevigiano, facente riferimento alla famiglia De Longhi (padri del notissimo “Pinguino”), ha ceduto il 75% della controllata DeLclima ai giapponesi della Mitsubishi Electric Corporation.  L’acquirente ha lanciato subito un’OPA sul restante 25% per perfezionare l’acquisto dello spin off DeLclima (quotato dal 2012) per un valore complessivo dell’operazione di 664 milioni di euro che verranno reperiti dall’azienda con mezzi propri senza il supporto di terzi. Con l’acquisto dei marchi i giapponesi incamerano la tecnologia a loro necessaria per far fronte alle recenti normative sugli impianti di condizionamento, sempre più severe.

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Lo stabilimento Clivet

Clivet. Completa il primo giro di cessioni in terra di San Marco la bellunese Clivet con l’acquisto da parte della cinese di Guangdong Midea. La multinazionale ha acquistato l’80% del produttore leader negli impianti di riscaldamento, condizionamento ed aerazione. Stefano Bellò, figlio del fondatore del gruppo Bruno, manterrà l’incarico di Direttore Generale della Società.
Il CEO di Midea, Mr.Paul Fang, ha dichiarato: “Questa giornata segna un importante passo avanti verso una partnership industriale tra Midea e Clivet. Non vediamo l’ora, facendo leva sulle nostre risorse e capacità complementari, di realizzare pienamente il potenziale del partenariato. Crediamo che il nostro sistema fatto di continui investimenti nel marchio, nella tecnologia, nel marketing, nel personale e l’impegno costante alla qualità del prodotto ci permetteranno di servire al meglio i nostri clienti e creare più valore per la società “. Eric Tian, Presidente della divisione Midea aria condizionata, ha dichiarato ad ACR: “Grazie agli sforzi congiunti vinceremo la sfida della sostenibilità. Questa alleanza industriale, infatti, accelererà la diffusione dei nostri principi di risparmio energetico, qualità dell’aria e comfort sostenibile.”  Midea è un colosso operante nel settore elettrodomestici e tecnologia che ha un fatturato da capogiro: circa 20 miliardi di euro. E’ partner di gruppi di primissimo rilievo mondiali quali Toshiba e Bosch.
Il gruppo CLIVET impiega circa 600 addetti tra lo stabilimento italiano e le sedi estere e ha un fatturato di consolidato di 114 milioni di euro.

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Il Patron del Gruppo Sanden e consorte con la direzione aziendale e le autorità in occasione del cinquantesimo anniversario Vendo a Casale Monferrato

Vendo. Oltre al distretto Veneto, anche Casale Monferrato, storica Capitale del settore, non è nuova agli acquisti dal paese del sol levante. Il Gruppo Vendo, leader nella produzione di vending machine, è passato sotto la guida della giapponese Sanden, che possedeva già uno stabilimento europeo da mille addetti a Parigi. La generosità del Patron di Sanden, recentemente insignito di onorificenze italiane per l’impegno in ambito industriale nella nostra Nazione, è nota anche oltreoceano e dal punto di vista industriale si dimostra molto attento alle esigenze territoriali con investimenti in loco e mantenimento del management apicale a livello locale. Il Presidente e CEO è italiano, come due terzi del CDA, già dipendenti del gruppo nella precedente gestione.
Haier. Notizie diverse ci giungono invece da Campodoro. La Haier, dal 2001 in mano cinese, chiude i battenti e lascia 100 famiglie padovane in mezzo ad una strada. La multinazionale aveva comprato la fabbrica nel 2001, investendo sullo stabilimento veneto per la produzione di frigoriferi.
Nell’incontro con i sindacati non ci sono stati spiragli di trattativa. Da Quingdao, regione dello Shandong, sono stati irremovibili. I rami secchi della multinazionale vanno tagliati, a partire dallo stabilimento italiano di Campodoro.
Quale sostegno può fornire la Nazione per il mantenimento in loco delle produzioni di eccellenza? Quali le ricette per evitare lo shopping da parte di gruppi stranieri che, slegati dal territorio, alle prime difficoltà rischiano di fare le valige famiglia causando vuoti occupazionali incolmabili?
Zanotti. Un segmento importante della nostra industria nazionale di settore è quello del trasporto refrigerato e degli impianti di refrigerazione. Lo sa bene la giapponese Daikin che non ha esitato a mettere le mani, pochi mesi addietro, su un pezzo pregiato della nostra industria nazionale, la Zanotti di Pegognaga. Le prime rassicurazioni del gruppo sono di mantenere marchio, sede, dirigenza e i 300 dipendenti.
L’operazione al colosso giapponese dell’aria condizionata è costata 12 miliardi di yen, ovvero circa 95 milioni di euro. Con questa cifra si è aggiudicata tutte le azioni circolanti del gruppo Zanotti che, fondata nel 1962, ha un giro d’affari di 127 milioni di euro.
Riello. Dal Giappone agli Stati Uniti. Dal freddo al caldo le acquisizioni non si fermano. Chiudiamo la carrellata con la Riello.
La storica realtà veneta produttrice di caldaie e climatizzatori batterà bandiera a stelle e strisce tramite il gruppo statunitense UTC Climate, Controls & Security, un colosso da 65 miliardi di dollari di fatturato (pari al PIL della Moldavia e del Niger) nota a tutti per il famoso marchio Carrier.
L’operazione, che vale 340 milioni di euro, ha permesso all’azienda di sanare le posizioni aperte con i 7 istituti di credito (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco Popolare, Bpm, Veneto Banca e Bnp Paribas) che dettero fiducia al Patron Ettore Riello nel 2004 quando con una coraggiosa operazione decise di riprendere il controllo del colosso di famiglia, ceduto dal padre Pilade (uno dei tre fondatori insieme ai fratelli Giuseppe e Raffaello) al fondo Carlyle.
L’esposizione odierna ammonterebbe a 420 milioni che facilmente sarà saldata integralmente con la cessione della quota di minoranza ancora in mano alla famiglia.
La “Officine Fratelli Riello”, fondata nel 1922, si sviluppò nei mercati internazionali a partire dagli anni ‘80 con importanti acquisizioni (Beretta, Thermital, Vokéra, Chauffage Français, Sylber) e l’apertura del primo stabilimento estero in America settentrionale.
Un bilancio amaro quello che emerge da queste righe, composto da eventi lontani tra loro, con un unico filo conduttore. Non bastano a mitigare le perdite subite le poche acquisizioni ovvero quella dell’indiana Spirotech da parte del Gruppo lombardo Lu.Ve., quelle frutto dell’espansione di Frascold a Seattle e Shangai e le avventure danesi e britanniche del gruppo Epta con l’acquisto di  Knudsen Køling e Cold Service.
E’ evidente ormai a tutti che senza l’industria pesante l’Italia rischia, nell’arco di mezzo secolo, di passare da secondo paese manifatturiero a fanalino di coda dell’Europa.
Difficile dire con certezza quali e quante azioni siano necessarie ad invertire la tendenza.
Sicuramente il Governo dovrà varare un piano di sviluppo a livello nazionale che sia un mix di defiscalizzazione, sburocratizzazione e incentivo allo sviluppo tecnologico.
Un sostegno da parte dello Stato quindi, che però non può bastare se non viene unito all’azione di una nuova classe imprenditoriale, per ragioni anagrafiche e storiche diversa da quella che uscita dalla guerra fece grande l’Italia, ma dotata di egual tenacia, coraggio e ferrea volontà di un futuro migliore attraverso l’arte di fare impresa, della quale siamo maestri.

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