Elezioni USA: chiunque vinca, la Terra perde

Da http://www.mediaindia.eu – Articolo di Rajendra Shende.
Il cambiamento climatico e il riscaldamento globale sono stati la sorprendente e sfortunata assenza della lunga campagna presidenziale di Donald Trump e dello sfidante democratico, Joe Biden, che hanno preferito chiudere un occhio sul proverbiale “elefante nella stanza”.

Il 4 novembre si prepara a diventare il nuovo Giorno della Terra, proprio quando la feroce corsa alla Casa Bianca arriverà alla sua spaventosa conclusione. A quel punto ne inizierà un’altra, la corsa dell’umanità per salvare il pianeta Terra. Molti “voti postali” saranno ancora in attesa essere contati e ricevere la giusta considerazione, così come le opinioni dei climatologi, dei tracciatori delle emissioni di carbonio, e di chi si occupa delle statistiche sui disastri ambientali.

A prescindere da chi uscirà vincitore dalle elezioni più seguite al mondo, il vero perdente sarà il pianeta. I margini della sconfitta dipenderanno dal vincitore. La prima elezione in assoluto nella super potenza messa in ginocchio da un virus troppo piccolo per essere bombardato è pronta a spingere la Terra in un’altra pandemia, che potremmo chiamare Climate21. Quesat volta, avrà proporzioni molto più grandi e più letali. Non ci saranno né acqua per lavarsi le mani né un vaccino in sviluppo, per affrontare questa pandemia. Il distanziamento sociale sarebbe una proposta inverosimile, in quanto milioni di migranti impoveriti si sposterebbero in luoghi più sicuri, via terra o su barche sovraffollate, provenienti dai paesi in via di sviluppo.

Nessun paese potrà isolarsi dall’impatto dell’epidemia globale come con Covid-19, tuttavia un singolo paese può ritirarsi dagli accordi globali sul cambiamento climatico, che sono destinati a essere fatali.

L’accordo di Parigi è stato adottato nel corso del Paris global meeting of United Nations Framework Convention -UNFCCC-on Climate Change del 12 dicembre 2015. USA, Cina, India e più di 100 paesi hanno ratificato l’accordo alla prima data utile, il 22 aprile 2016: ciò ha dimostrato il pieno sostegno al nuovo accordo, con l’impegno di limitare l’aumento della temperatura a 2° C riducendo le emissioni nazionali secondo il rispettivo calendario nazionale. Non bastano tuttavia le sole firme per rendere legalmente applicabile l’accordo delle Nazioni Unite: serve infatti anche la ratifica dei parlamenti del Paese. L’India ha ratificato il tutto il 2 ottobre 2016, mentre USA e Cina hanno completato la procedura lo stesso giorno, il 3 settembre 2016, con un simbolismo senza precedenti nella scelta delle date di ratifica. L’India lo ha fatto nell’anniversario della nascita del Mahatma Gandhi, mentre Stati Uniti e Cina hanno sincronizzato la ratifica per mostrare con forza la solidarietà dei due maggiori emettitori del mondo.

La ratifica americana stessa si è rivelata la fine del “sogno” di iniziare una nuova era per la salvaguardia del clima, come era stato affermato dai leader mondiali nei loro acclamatissimi discorsi conclusivi nell’incontro di Parigi del 2015. Tutto deriva dalla decisione di Obama. di bypassare il Congresso, sfruttando invece un Ordine Esecutivo, che ha reso semplicismo per il suo successore, Donald Trump, cancellarlo e sostituirlo con uno nuovo.

Sorprendentemente, l’articolo 28 dell’Accordo include anche le condizioni per il ritiro dallo stesso di un Paese firmatario. Il ritiro è possibile solo dopo tre anni dalla data di entrata in vigore, e “diventa effettivo solo dopo un anno rispetto alla data di ricevimento della notifica del ritiro“.

l’articolo 28 dell’Accordo include anche le condizioni per il ritiro dallo stesso di un Paese firmatario.

Il 4 novembre 2019, l’amministrazione Trump ha notificato al Segretario generale dell’ONU la sua decisione di recedere dall’accordo. Questo avrà effetto il 4 novembre 2020, la data delle nuove elezioni, ma non quella in cui il nuovo Presidente presterà giuramento. Questo accadrà il 20 gennaio 2021. Gli americani e i cittadini di tutto il mondo, in particolare chi si occupa delle problematiche climatiche, sta attendendo l’esito con grandissima apprensione.

Il risultato, in ogni caso, contribuirà a cambiare il clima? Guardiamo allo scenario delle emissioni degli Stati Uniti dal 1997, quando è stato adottato il Protocollo di Kyoto , fino ad oggi. Durante questi quasi 24 anni, per la metà del tempo sono stati in carica presidenti democratici favorevoli all’azione pro-clima. Bill Clinton, che si è finto eroe del clima a Kyoto nel 1997, non è mai stato in grado di ottenere la ratifica del Protocollo di Kyoto a causa del blocco del Congresso. Anche Al Gore, un ambientalista convinto, ha fallito. Alla fine, il protocollo di Kyoto è entrato in vigore senza gli Stati Uniti nel 2005. È stato imbarazzante per gli Stati Uniti, guidati da un Presidente e da un Vice Presidente così focosi e rispettosi del clima, passare alla storia per la mancata ratifica. Non è nemmeno chiaro perché Clinton non abbia cercato di ottenere l’ordine esecutivo o l’ordine nazionale di emergenza climatica pur di conseguire il risultato.

La riduzione delle emissioni, avvenuta grazie ai cambiamenti tecnologici, si è rivelata ancora migliore sotto i presidenti repubblicani. George Bush Jr ha ottenuto riduzioni delle emissioni di 6 pc contro l’aumento durante la presidenza di Clinton di 9 pc. Durante l’amministrazione Obama, la riduzione delle emissioni raggiunto è stata di 4,5 pc, contro i 4,6 pc di Trump. La presidenza di Obama è stata caratterizzata dall’incertezza nel mantenere le promesse di finanziamento ai paesi in via di sviluppo. In particolare, alla Conferenza dei partiti di Copenaghen del 2009, dove aveva fatto una breve apparizione, Obama non potè assumere un fermo impegno nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Obama si mostrò debole anche nel caso della Keystone XL Pipe canadese: invece di un vero e proprio rifiuto, fermò il progetto temporaneamente, per continuare a svolgere ulteriori indagini. Infine ha usato l’Ordine Esecutivo per respingerlo, anche se studi hanno dimostrato che le emissioni derivanti dall’implementazione della tubazione non farebbero alcuna differenza. E, prevedibilmente, Trump ha cancellato l’ordine esecutivo di Obama da un altro suo ordine esecutivo, in modo che il progetto del gasdotto vada avanti.

Durante i dibattiti presidenziali, Joe Biden è stato equivoco sul fracking, la fratturazione idraulica, una tecnologia che ha reso gli Stati Uniti il più grande produttore di gas naturale al mondo e ridotto drasticamente l’influenza dell’Organisation of Petroleum Exporting Countries (OPEC). Il fracking fornisce una boccata d’aria rispetto alle sempre crescenti emissioni di carbonio, fornendo alternative a carbone e petrolio. Biden aveva dichiarato la sua opposizione al fracking per accaparrarsi gli elettori verdi, ma ha glissato nel dibattito presidenziale. Biden ha promesso di ricongiungersi all’accordo sul clima di Parigi, anche se non è chiaro quanto tempo ci vorrebbe, se lo farebbe con un altro ordine esecutivo o attraverso la rotta congressuale. Trump è ossessionato nell’affermare che è un uomo d’affari e non un politico. È lì per fare affari. D’altra parte, Obama era fondamentalmente fissato in discorsi politici futuristici su “un accordo che potrebbe finire col trasformare questo pianeta in un modo tale da rendere molto difficile per noi affrontare tutte le altre sfide che si profileranno“.

È importante sapere che Trump non ha mai detto di essere contrario a un accordo sul clima, ma ritiene che l’accordo di Parigi nella forma attuale sia ingiusto e debba essere rinegoziato. Il mondo perderebbe tempo con le rinegoziazioni quando un disastro globale sta già accadendo. Da Parigi è stato chiesto più tempo. I paesi hanno dovuto modificare il protocollo di Kyoto attraverso l’emendamento di Doha e prolungare la sua durata fino al 2015, quando è stato adottato l’accordo di Parigi.

La leadership imprenditoriale di Trump porta purtroppo i fattori Cinese e Indiano nell’accordo sul clima. La Cina, che è diventata la maggiore emittente al mondo, continua ad aumentare le sue emissioni. Il mese scorso il Presidente Xi Jinping ha fissato l’obiettivo che la Cina raggiunga la neutralità carbonica entro il 2060. Questo, tuttavia, appare sfidare qualsiasi standard considerando che le emissioni della Cina sono aumentate di 300 pc dal 1997, quando è stato adottato il Protocollo di Kyoto e di 6 pc dall’adozione dell’Accordo di Parigi nel 2015.

Il mondo di oggi è in lockown, in molti sensi: terrorismo, minacce senza vergogna sulle rivendicazioni territoriali, disuguaglianza brutale, guerre commerciali, nonché le minacce di attacchi missilistici nucleari e, soprattutto, l’aumento della temperatura globale ha bloccato la civiltà in una pericola traiettoria a spirale senza alcun segno di rallentamento. Non c’è vaccino per questa pandemia, e non ci sarà mai.

Chiunque vincerà, la Terra continuerà a scaldarsi. È già più calda di 1,1°. L’obiettivo di mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5°, quindi, è apparentemente impossibile. L’algoritmo di riscaldamento è già bloccato per andare oltre 3,5°, ed è in aumento. Questo vorrebbe dire entrare a piedi uniti nelle incognite della sesta grande estinzione di massa.

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